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Morale e Politica

Aldo Zanardo, docente di filosofia morale all'Università di Firenze

Prendiamo la politica nel senso più specifico, e per altro precisato spesso da Gramsci: una attività che viene esplicata dalle forze della «realtà effettuale» e torna, si riapplica, a questa realtà; la volontà collettiva coordinata e cosciente che si assomma nello Stato e nei partiti; la volontà collettiva che non si restringe più solo alla difesa di sé e neppure cerca solo il primato nella società civile, ma che appunto governa o aspira a governare. Ora, nel mezzo delle molteplici possibilità di trasformazione che una società ha davanti, cosa deve fare la politica?
Abbiamo, in proposito, nella riflessione di Gramsci, essenzialmente due livelli.
C'è, egli scrive nel 1932-34, la «grande politica»: quella che «comprende le questioni connesse con la fondazione di nuovi Stati, con la lotta per la distruzione, la difesa, la conservazione di determinate strutture organiche economico-sociali». E c'è la «piccola politica»: la politica non «creativa» ma di «equilibrio», la «politica del giorno per giorno».
Non si può praticare solo la grande politica: non è che il quotidiano della società non interpelli la politica; anche i rivoluzionari, nota Gramsci nel 1919, devono sapere fare viaggiare i treni.
Ma, soprattutto, la politica non può esaurirsi nel piccolo fare, in un fare che non si riferisca a finalità «grandi», e quindi sorpassative dell'«empirismo immediato».
L'uomo di Stato deve non praticare un «troppo realismo politico», ma avere «prospettive» lunghe; ha il compito non di «conservare un equilibrio esistente», ma di «creare nuovi rapporti di forze, e perciò non può non occuparsi del dover essere». Beninteso, non di un dover essere arbitrario: egli deve «sempre muoversi nel terreno della realtà effettuale», ma deve mirare a squilibrarla e riequilibrarla più in avanti, insomma a «dominarla e superarla».
La riflessione di Gramsci, di un socialista, non può tuttavia non portarsi al di là di questa tipologia relativamente descrittiva. Non può non porsi questo interrogativo:
cosa deve fare una politica socialista, di progresso? Indubbiamente: «grande politica», dunque politica in vista di un dover essere. Ma di quale dover essere? Di quale «nuovo Stato»? Una politica di progresso non può manifestamente non trovare la sua identificazione che nelle finalità che si propone. E queste, in ultima analisi, non possono essere che finalità morali. Già nel 1917 Gramsci osservava: «Il socialismo... ha una morale».
Per Gramsci le finalità che la politica deve realizzare, le trasformazioni o condizioni che essa deve creare, hanno da essere, hegelianamente e marxianamente, non cose astratte ma esigenze e possibilità implicite nella «realtà effettuale» e nel tipo di economia e di «tecnica civile» che, muovendo da questa, si può edificare.
Questo radicamento realistico delle finalità non è però relativismo o politicismo. Se la politica ha uno spazio di autonomia, anche la morale ha un tale spazio: non c'è solo il dover essere realistico, non ci sono solo le finalità che la politica realizza; ci sono anche le finalità morali. Sono quelle che attengono a un vivere interamente umano degli individui. E queste finalità costituiscono palesemente la frontiera che la politica in ultima analisi ha da tenere in vista.
Sono esse il retroterra che sostiene le finalità realistiche della politica: Gramsci non potrebbe insistere in modi così pronunciati sullo Stato e sul partito come educatori degli individui alla disciplina, a un «conformismo sociale» o «razionale», ai valori collettivi, se non guardasse oltre, alle finalità morali o di umanizzazione piena.
Sono queste poi che diventeranno, con il mutamento in avanti della «realtà effettuale», finalità più direttamente appoggiate o favorite dalla politica. Una «realtà effettuale di progresso concepisce se stessa come legata... a tutta l'umanità». Questa realtà «si pone come tendente... a unificare tutta l'umanità... La politica è concepita come un processo che sboccherà nella morale». È tesi che esigerebbe di essere discussa per la sua inflessione unificatoria. Ma badiamo all'essenziale: il fare di una politica di progresso non può non avere a frontiera le finalità morali; e occorre che la politica faccia progredire la «realtà effettuale» in modo che queste finalità possano essere portate nell'area delle finalità accessibili a molti e facilmente praticabili. Bisogna fare diventare esigenze e possibilità interne alla «realtà effettuale» finalità, per usare alcune formulazioni di Gramsci, come l'umanità unificata, l' «umanità pura», la «pienezza di vita e di libertà», la «forma superiore e totale di civiltà moderna», la necessità per l'avvenire, la responsabilità per la posterità.
A Gramsci si contesta, credo con fondamento, l'inclinazione a concepire la politica come l'attività che quasi essenzialmente risulta autrice del rinnovamento della «realtà effettuale». Ma dovremmo per questo legittimare una politica piccola o minimale, di mero equilibrio? Pur all'interno di una visione pluralistica del rinnovamento di una società risulta chiaro che per tale rinnovamento c'è bisogno di una politica «grande», di una politica che cerchi di essere costruttrice di storia, di un «nuovo Stato».
Si contesta poi a Gramsci la tendenza ad allineare all'indietro la frontiera delle finalità morali su quella delle finalità politiche. È vero piuttosto il contrario. Al fare politico Gramsci prospetta chiaramente la necessità di ancorarsi alle finalità morali.
Egli non coglie certo in modo adeguato la tensione, verosimilmente inesauribile, fra una realtà pur umanizzata e le finalità morali o di umanizzazione piena.
Ma queste sono inequivocamente al centro della sua riflessione.
Gramsci, in sintesi, punta essenzialmente non a politicizzare il vivere morale, ma a dare universalità morale al vivere politico. Dunque inattualità di Gramsci, se pensiamo a molta politica e cultura politica di oggi; ma sua attualità straordinaria, se della politica vogliamo  riguadagnare e tematizzare non cosa essa fa, ma cosa essa deve fare.

Gramsci I QUADERNI DEL CARCERE ED ECHI IN GUTTUSO

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